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Dove comincia una fotografia? Sophie Calle tra parole e immagini

11 minuti fa
Tempo di lettura: 5 min

La realtà come materia narrativa

Ci sono artisti che fotografano la realtà e altri che si interrogano su cosa significhi chiamarla realtà: Sophie Calle, artista parigina classe 1953, appartiene a questi ultimi. Da oltre quarant’anni Calle realizza opere a partire da persone incontrate, seguite, osservate o intervistate, ma anche da episodi di vita, ricordi, assenze e relazioni. In Les Dormeurs (1979) invita degli sconosciuti a dormire nel suo letto e li fotografa, in Suite Vénitienne (1980) segue di nascosto un uomo conosciuto per caso fino a Venezia, in The Hotel (1981) entra nelle stanze degli ospiti dell’hotel in cui lavora e ne fotografa gli oggetti. 

Sophie Calle in Gotham Handbook, New York, 1998.
Sophie Calle in Gotham Handbook, New York, 1998.

La peculiarità di Calle risiede esattamente nel campo di tensione tra automatismo e controllo, tra realtà e finzione. Le sue opere non chiedono di scegliere tra queste ultime, ma costruiscono situazioni in cui le due dimensioni diventano difficili da separare. Il rapporto con lo scrittore Paul Auster ne è forse l'esempio più letterale: in Leviathan (1992), lo scrittore prende Calle come modello per Maria, uno dei personaggi del romanzo, includendo nella finzione alcuni elementi della sua vita e della sua pratica artistica. Calle risponde entrando a sua volta nella narrazione di Auster: in Gotham Handbook (2000) mette in pratica nella New York reale alcune delle istruzioni che lo scrittore aveva immaginato per il suo personaggio. In questo modo, la realtà diventa letteratura, la letteratura ritorna nella realtà e l'esperienza diventa nuovamente opera.

È una dinamica che attraversa tutta la ricerca di Calle: non le interessa soltanto ciò che è accaduto, ma il modo in cui ciò che è accaduto può essere raccontato. Ed è proprio qui che la parola acquista un ruolo fondamentale. Nei suoi lavori, il testo non è semplicemente qualcosa che accompagna la fotografia: spesso è ciò che la precede, la orienta, la contraddice o addirittura la rende possibile.

Nella mostra Something Missing?, presentata al Louisiana Museum of Modern Art nel 2026, questa relazione emerge con particolare chiarezza. Dopo automatismo e controllo, realtà e finzione, emerge la tensione fra presenza e assenza. Il titolo stesso introduce il paradosso: qualcosa manca, ma il punto interrogativo ci impedisce di sapere se quella mancanza sia davvero tale. In Calle, ciò che manca può diventare ciò che rende qualcosa presente, nella memoria, nell’immaginazione, nel racconto. È una dinamica che attraversa anche il rapporto fra parola e immagine: la parola può sostituire ciò che non vediamo, l'immagine può rendere visibile ciò che è stato soltanto raccontato, ma nessuna delle due esaurisce completamente l'altra. 


Parce que, il perché prima del vedere

In Parce que, esposta per la prima volta alla galleria Perrotin di Parigi nel 2018, Calle porta questa relazione a una forma quasi fisica. Una tenda di feltro ricamata con una frase dell'artista nasconde ogni fotografia; il visitatore deve prima leggere e soltanto dopo sollevare il tessuto per vedere. L'ordine abituale viene così invertito: non guardiamo e poi interpretiamo, interpretiamo prima di guardare. La frase sembra infatti produrre un'immagine mentale che precede quella fotografica e quando la tenda si solleva, la fotografia non appare mai completamente neutra: arriva già accompagnata da un'ipotesi, un'aspettativa, una possibile storia.

Calle sposta così la questione dal semplice rapporto fra fotografia e didascalia a quello più ambiguo tra ciò che sappiamo e ciò che vediamo. Il concetto barthesiano di ancoraggio con Calle si complica, non è soltanto il linguaggio a intervenire su un’immagine già presente, orientandone i significati, ma una frase che precede l’immagine e prepara le condizioni del suo apparire. 

Sophie Calle e Parce Que alla galleria Fraenkel di San Francisco, fotografia di Sabrina Bot.
Sophie Calle e Parce Que alla galleria Fraenkel di San Francisco, fotografia di Sabrina Bot.

Anche il titolo della serie introduce un cortocircuito: Parce que, “perché”. Una parola che sembra promettere una spiegazione, come se ogni fotografia fosse la risposta a una domanda precedente. Perché questa immagine? Perché questo momento? Perché è stato necessario fotografarlo? Ma il “perché” di Calle non risponde e non chiude davvero la questione, apre piuttosto a una moltitudine di possibilità di interpretazione. La frase sembra spiegare la fotografia, mentre la fotografia può costringerci a riconsiderare la frase. La parola precede lo sguardo, ma lo sguardo può retroagire sulla parola. È questa instabilità che rende Parce que più interessante di una semplice riflessione sulla didascalia perché la fotografia non è più un'immagine alla quale viene aggiunto un testo, entrambi diventano parti di un unico dispositivo di significazione.


Fotografare ciò che non può essere visto

Serie fotografica The Blind esposta al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk nel 2026.
Serie fotografica The Blind esposta al Louisiana Museum of Modern Art di Humlebæk nel 2026.

In The Blind, realizzato nel 1986, Calle porta il rapporto fra parola e immagine ancora più lontano. L'artista intervista persone nate cieche e chiede loro quale sia l'immagine della bellezza. Alle loro risposte affianca poi fotografie realizzate a partire dalle descrizioni ricevute. Qui la fotografia nasce da una parola che descrive qualcosa che, per chi parla, non è mai stato accessibile attraverso la vista. Calle non sta quindi semplicemente fotografando ciò che qualcuno le ha raccontato, ma sta tentando di dare una forma visibile a un'immagine che esiste altrove, nella memoria, nell'immaginazione o nel linguaggio.

In Parce que, prima dell'immagine c'è una frase che ne orienta la lettura. In The Blind, prima della fotografia c'è una descrizione di un'immagine mentale che non possiamo sapere se corrisponda davvero a ciò che Calle fotografa. In entrambi i casi, la fotografia arriva dopo qualcosa che non è fotografia: una parola, una storia, un'immagine mentale. E questo permette di guardare diversamente anche altri lavori di Calle, nei quali il testo non funziona come semplice spiegazione ma come una seconda superficie dell'opera. W. J. T. Mitchell ha dedicato gran parte della propria riflessione all'instabilità del rapporto fra parole e immagini, non due linguaggi semplicemente giustapposti, ma sistemi che si influenzano e si ridefiniscono reciprocamente. È forse questo il punto in cui Calle diventa particolarmente interessante, perché non usa il testo per spiegare la fotografia e non usa la fotografia per illustrare il testo. Li mette l'uno davanti all'altra e lascia che il significato si produca nel loro incontro.


Dove comincia davvero il significato?

È in questo continuo rimando che si può leggere anche la «cultura del paradosso» associata da Clément Chéroux alla pratica di Calle. La regola che l'artista costruisce non serve a semplificare l'esperienza, ma a renderla più ambigua. In Parce que, la parola dovrebbe spiegare l'immagine, ma finisce per complicarla. In The Blind, la fotografia dovrebbe rendere visibile qualcosa, ma nasce precisamente da ciò che non può essere visto.

Il rapporto fra i due elementi ricorda, per analogia, il double bind – o doppio legame – elaborato da Gregory Bateson: non perché Calle applichi direttamente il modello psicologico alle proprie opere, ma perché parola e immagine, due elementi apparentemente opposti, si definiscono reciprocamente, fino a rendere impossibile stabilire dove finisca l’uno e cominci l’altro. La parola ci dice come guardare, ma ciò che guardiamo modifica il senso della parola. Non c'è un punto definitivo da cui cominciare. Forse è proprio questo che rende il lavoro di Calle più complesso di una semplice riflessione sulla fotografia. La questione non è soltanto che cosa vediamo, ma se sia davvero possibile vedere qualcosa prima di avergli attribuito un significato. Guardare una fotografia sembra un atto immediato: l'immagine è lì, davanti ai nostri occhi. Ma Calle introduce un intervallo, talvolta un gesto fisico come quello del sollevare una tenda, tra il vedere e il significare. Una frase può precedere l'immagine, una storia può precedere un ricordo, una descrizione può precedere ciò che immaginiamo di vedere. E una volta che le parole sono entrate, è difficile sapere dove finisca l'immagine e dove cominci ciò che abbiamo costruito intorno ad essa.

Forse, allora, il “perché” di Parce que non chiede soltanto perché una fotografia sia stata scattata. Chiede perché abbiamo bisogno di un racconto per poterla guardare, ed è precisamente in questo spazio, fra ciò che vediamo e ciò che ci è stato detto di vedere, che Sophie Calle continua a costruire le sue opere.


Cavrini Elettra

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