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Alternative musicali con Laura Agnusdei

Rubrica: Voci d’artistə


Laura Agnusdei è una musicista e compositrice bolognese. Il suo strumento è il sassofono, che mette costantemente in relazione con la musica elettronica e con varie collaborazioni. Formatasi principalmente in un contesto underground, crede che la musica sia una dimensione dell’umano e uno spazio in cui rielaborare le dinamiche del mondo.


Laura Agnusdei. Foto di Matilde Piazzi
Foto di Matilde Piazzi

Raccontaci il tuo percorso. Come ti sei avvicinata alla musica?


Suono da quando sono bambina: ho iniziato con la chitarra per poi scoprire il basso, e da adolescente ho sempre fatto parte di band. È a 18 anni che mi sono avvicinata al sassofono, trovando così il mio strumento. In seguito, ho studiato al conservatorio musica classica, coltivando il mio rapporto con il sax in progetti indipendenti. Alcuni degli amici con cui collaboravano sperimentavano con la musica elettronica e, in questo modo, mi ci sono avvicinata. Così, dopo essermi diplomata, l’ho studiata in Olanda per tre anni e al contempo ho iniziato a concentrarmi sul mio progetto da solista, che si può dire sia un'unione delle mie due passioni: l'uso dello strumento a fiato in un contesto di sperimentazione attraverso varie tecnologie, campioni, effetti, ecc. Ad oggi, mi definisco una musicista e compositrice freelance: la mia attività va dal suonare le mie composizioni in concerto – ultimamente anche con una formazione allargata, non più unicamente in solo – alla sonorizzazione di film muti, collaborazioni con la danza e con archivi filmici. Diciamo che la mia è un'attività composita che varia da progetto a progetto.


Perché hai scelto proprio il sax e, più precisamente, come lo metti in relazione con la musica elettronica?


Molte persone arrivano al sax perché sono appassionate di jazz, invece a me piaceva proprio il suo suono. Allo stesso modo, il mio rapporto con la musica elettronica deriva dalla mia fascinazione per la componente timbrica del suono, quindi il suono di per sé, non tanto come viene usato in contesto armonico, melodico. Amo molto anche la sensazione di sentire qualcosa che per me è completamente nuovo; ovviamente da giovane si hanno più cose da scoprire, però questo è ancora quello che mi guida. Tuttavia, faccio un uso anche molto melodico del mio strumento, che nasce principalmente per essere solista, una voce narrante: creando un contesto di suoni attraverso l’elettronica, il sax si può muovere da protagonista. Naturalmente tutto dipende dal tipo di progetto; ad esempio, nel duo con il designer e ricercatore Daniele Fabris mi relaziono con strumenti digitali che lui programma. Quindi, potrei dire che sia il rapporto con lo strumento che quello con la tecnologia è legato più alle esigenze espressive, artistiche o di ricerca che a un qualcosa di rigido e sempre fedele a se stesso.


Laura Agnusdei. Foto di Matilde Piazzi
Foto di Matilde Piazzi

Che valore ha per te il momento del live e, in quel contesto, come crei un dialogo fra gli strumenti?


Il live per me è diventata una dimensione quotidiana, anche perché sì, sono una compositrice, ma sempre con l’ottica di suonare la mia musica. Principalmente sono una performer, faccio concerti da quando ero una ragazzina. È una dimensione sociale importante, perché dà la possibilità di attraversare vari contesti in carne e ossa, slegandosi dalla fruizione esclusivamente online. È anche importante interrogarsi sui contesti che si attraversano: cerco di coltivarli non solo da performer, ma organizzando concerti e scambiando contatti. L’ambiente underground è dove sono cresciuta e nel quale lavoro, e si basa molto sul senso di comunità e sulla pratica del far succedere qualcosa senza aspettarsi che qualcuno la crei per te. Suonare dal vivo per me è anche questo: costruire contesti in cui può avere spazio e trovare significato il tipo di musica che facciamo, una musica non commerciale, di ricerca, che va “testata” dal vivo.


Che valore dai al lavoro collettivo?


Io ho iniziato nelle band, quindi per me è qualcosa di fondante; infatti l'ultimo disco, uscito nel 2025, è il frutto di un forte lavoro collettivo con altri sette musicisti. Il disco è a mio nome perché è mia la visione generale e gran parte della scrittura, ma è stato un costante confronto. Credo fortemente al fatto che l'artista dipenda dal contesto e dalle sue esperienze. Sono contraria all'idea molto capitalista della firma, del bisogno di essere riconoscibili, coerenti e catalogabili a tutti i costi per essere vendibili


Il concetto di “autore”, del genio solitario come un’anima bella dotata di poteri speciali, concentra tutto sul singolo individuo. Oltre ad essere molto pericolosa, questa affermazione è anche falsa: le idee nascono da collaborazioni, dietro ad ogni artista c'è un team di persone, soprattutto dietro ai grandi dischi pop. Siamo, infatti, sempre in connessione con i linguaggi che abbiamo praticato e con le persone con cui abbiamo avuto la fortuna di suonare. Per questo per me la collaborazione è qualcosa di estremamente vitale.


Ti va di raccontarci di qualche tuo progetto più nello specifico?


All'inizio del 2025 è uscito il mio ultimo disco, Flowers Are Blooming In Antarctica, e lo stiamo portando in tour – siamo a più di 30 date – con varie formazioni, principalmente a trio con me al sax e all’elettronica, Edoardo Grisogani alle percussioni e al drum pad e alla tromba, per la prima parte del tour Jacopo Buda e, per la seconda parte, Paolo Raineri. Anche Alberto Brutti in alcune date ci ha raggiunto al contrabbasso. Il disco si muove attorno all’idea di una musica che proviene dal 2087, in uno scenario in cui le conseguenze del collasso climatico si fanno ancora più tangibili. Siamo partitə immaginando la musica di un'Italia tropicalizzata, dove cambiano sia le coordinate climatiche, che culturali. Il disco è accompagnato da un'opera di illustrazione, un calendario del 2087 di Daniele Castellano, un bravissimo illustratore che mi ricorda in parte Luigi Serafini – che era tra l’altro tra le ispirazioni del progetto. È infatti la prima opera della collana Opale, un progetto curato da Maple Death Records e Canicola Edizioni, che prevede l'uscita di un disco accompagnato da un’illustrazione.


Illustrazione di Daniele Castellano per la copertina dell'album Flowers Are Blooming In Antarctica di Laura Agnusdei
Illustrazione di Daniele Castellano per la copertina dell'album Flowers Are Blooming In Antarctica

Ascoltandolo, ho notato la presenza di molti suoni provenienti da elementi naturali, che si relazionano a strumenti più tradizionali. Da dove deriva questa scelta?


Mi affascina molto l'idea di creare dei piccoli mondi fantastici, un po’ come nelle opere di Serafini, in cui l’immaginazione mantiene degli agganci con la realtà che attraversiamo tutti i giorni, giocando con il confine tra il possibile, il plausibile e l’impossibile. Il disco in parte riprende questa idea: ci sono suoni “tradizionali”, come quelli degli strumenti acustici, che vengono però trasfigurati dall'uso dell'elettronica e da ulteriori influenze riproposte con un atteggiamento non propriamente etnografico o filologico, perché è un lavoro sugli immaginari, in un cambiamento epocale in cui l’umanità sperimenta un nuovo rapporto con il non-umano. 


Un’altra ispirazione è stato il libro di James Bridle, Modi di essereil cui sottotitolo recita Animali, piante e computer: al di là dell’intelligenza umana – che raccoglie una serie di saggi e considerazioni su che cosa sia l'intelligenza e su come l’uomo l'abbia sempre considerata come la qualità delle sue capacità, sensoriali, percettive e logiche. Ho letto molto anche su come gli animali e le piante comunicano attraverso il suono e come lo percepiscono e, per questo, ho usato dei suoni che possono ricordare presenze non umane. Il disco ruota attorno ad un quesito: come superare l’antropocentrismo?


Ma quindi come vi immaginate il 2087?


Il brano The Drowned World, ovvero il mondo sommerso, riprende l’omonimo romanzo apocalittico di J. G. Ballard, ma al tempo stesso fa riferimento alle continue alluvioni in Sri Lanka, come anche in Emilia-Romagna, la regione in cui vivo. Dall'altra parte c'è anche la speranza che la grande crisi porti a un cambiamento, auspicato e preteso da alcuni movimenti ecologisti come Extinction Rebellion. Alla fine la fantascienza serve a ragionare sul presente, quindi su un mondo in cui le conseguenze del capitalismo ricadono sui paesi più economicamente sfruttati.


Laura Agnusdei. Foto di Matilde Piazzi
Foto di Matilde Piazzi

Invece, il tuo progetto site-specific Ubi Consistam del 2021 come si relaziona alla città di Bologna?


È composto da cinque composizioni, una per strumento – sax, clarinetto, sax e contrabbasso, percussioni – pensate per essere ascoltate in cuffia in cinque luoghi di Bologna. Sono state registrate con l'utilizzo di diversi tipi di microfoni e la composizione segue logiche simili a quelle dello storyboard cinematografico: l'ascolto permette di attraversare diversi punti di vista. Gli strumenti acustici vengono messi in dialogo con le diverse architetture; ad esempio, uno si ascolta in una cabina telefonica, due sono stati registrati al cimitero monumentale della Certosa e un altro in un tunnel. L'opera è figlia del periodo della pandemia, in cui ero molto affascinata dall'idea di trovare nuove modalità d’ascolto, dato che quelle tradizionali erano state interrotte.


Inoltre, anche questo disco è accompagnato da un libretto, questa volta con grafiche di Giulia Polenta, ispirate in parte a spartiti grafici che ho prodotto per guidare gli altri musicisti.


Come ti approcci alla sonorizzazione, sia per i video e cortometraggi, sia per opere più sperimentali?


Io mi occupo molto di sonorizzazione dal vivo, che differisce dalla colonna sonora perché implica una performance che avviene durante la proiezione. In quanto musicista, sono chiamata ad essere al servizio delle immagini, quindi mi approccio a esse come se fosse una collaborazione. Anche se le immagini sono d’archivio – come nel caso del lavoro che faccio con la Fondazione Home Movies – e non posso risalire a chi le ha realizzate, il dialogo avviene alla pari. Il rapporto che si instaura con le immagini può essere di vari tipi, ma deve venire sempre da un ragionamento e dal rispetto.


Parte importante della tua attività sono anche i workshop e i laboratori. Questo aspetto, quindi anche l’insegnamento, ha un valore politico per te?


Laura Agnusdei. Foto di Matilde Piazzi
Foto di Matilde Piazzi

Sì, è una pratica che mi piace molto, soprattutto quando è in contesti molto liberi, nei quali non viene richiesta una particolare preparazione tecnica. Come dicevo prima, mi sono formata in accademia, però per me è stato fondamentale il contesto underground informale in cui le cose si imparavano facendole insieme. Credo tantissimo che la musica sia in primis una pratica: lavorare con gli altri, in modo orizzontale, ha un valore assolutamente politico. Nei contesti underground non ci sono degli standard tecnici a cui adeguarsi per forza; questo scardina l'idea di professionalizzazione artistica, ovvero l’idea che musicista è solo chi ha talento, chi sceglie di farlo e acquisisce una determinata proficienza tecnica, relegando, così, la musica agli “addetti ai lavori”. Sono dell’idea che la musica, al contrario, come tante altre pratiche creative, sia alla portata di tuttə e molto integrata nella vita quotidiana. Tuttə devono avere il diritto di poter praticare la creatività, esplorarla e viverla come una dimensione dell’umano.


Sui social sei molto attiva politicamente e fai parte del collettivo Bologna for Palestine. Come rientra questo elemento nella tua pratica artistica?


Nel dicembre 2023, io e quattro altre artiste, diventate poi anche delle amiche, abbiamo creato il collettivo Bologna for Palestine, che nel tempo si è configurato come una rassegna di eventi. Oltre a me, le co-fondatrici sono Agnese Banti, una sound artist, Elena Mattioli, che fa parte del collettivo LeleMarcojanni e lavora con il video, e Flavia Zaganelli, una coreografa e danzatrice. 


Il collettivo è nato come reazione alle notizie riguardo il genocidio contro il popolo palestinese e alla relativa indifferenza occidentale. L’idea era creare uno spazio a Bologna – ospitate da DAS-Dispositivo Arti Sperimentali – che fosse aperto alla comunità artistica palestinese e che permettesse di ragionare su come l'arte palestinese possa entrare in dialogo con quella bolognese, oltre ad essere un luogo in cui lə artistə potessero unirsi per schierarsi e prendere posizione. Abbiamo ospitato concerti per raccolte fondi in cui hanno suonato ad esempio il producer Julmud, il rapper Dakn, il polistrumentista improvvisatore Dirar Kalash, il danzatore Bassam Abou Diab. Abbiamo anche ospitato installazioni, come quella della giovanissima artista palestinese Masa Omar. Abbiamo anche organizzato una maratona elettroacustica di improvvisazione con 17 musicistə bolognesi che è stata poi registrata su una cassetta. In questo senso, Bologna for Palestine è stato il modo in cui mi sono sentita più a mio agio nel creare connessioni e nell'unire la politica con l'attività artistica. Penso che anche il come stiamo nel mondo sia politico e che l'arte non sia un campo innocente, scisso dalle dinamiche del mondo, anzi al suo interno spesso le si sintetizzano e le si rielaborano su un piano sia immaginario che pratico.


Laura Agnusdei. Foto di Matilde Piazzi
Foto di Matilde Piazzi

Nella tua esperienza, com’è il mondo delle arti? Che consigli daresti a giovani che ci si stanno affacciando?


Direi che tutte le persone che dicono che c'è una ricetta per fare quello che vuoi fare sbagliano, perché, a differenza di altri ambiti, in quello artistico l'unica legge è essere fedeli al proprio desiderio ed essere sempre in contatto con il motivo per il quale si vuole fare musica. Può suonare semplicistico, ma essendo un ambiente che si basa sull’autoproduzione, bisogna lottare per creare possibilità e far accadere determinate cose. Mancano gli spazi e le risorse, ma al contempo oggi molte cose sono democratizzate e più economiche. Nell’underground c’è una visione chiaramente politica: le persone più grandi di me mi hanno insegnato, anche solo con le loro azioni, che stavamo costruendo un’alternativa alla musica di consumo e alla ripetizione di linguaggi. Per questo io ne ho un'esperienza principalmente positiva, accogliente e basata sullo scambio. Ovviamente ci sono molte barriere d'accesso, non solo quelle di genere di cui si parla tanto, ma anche economiche, perché è un lusso poter dedicare tanto tempo a qualcosa di poco remunerativo. È un elefante nella stanza di cui non si parla, invece dovremmo rimboccarci le maniche per creare degli spazi che siano accessibili veramente a tutte le persone.


f.v.

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