top of page

Sinéad O’Connor: la voce del cambiamento

Rubrica: Vita da Strega


Esistono voci megafono del cambiamento, vite che si sono prestate alla lotta, carriere cessate per non aver taciuto, figure affossate perché troppo scomode: la cantante irlandese Sinéad O’Connor è l’emblema di tutto ciò, per aver lottato sin da giovanissima per tutte le battaglie in cui crede, senza il timore di perdere fama e successo – considerate un effetto collaterale della sua arte –, col solo obiettivo di cambiare le cose restando fedele a se stessa.


Sinéad O’Connor

I primi anni

La cantante nasce a Dublino nel 1966 e cresce in una famiglia disfunzionale, con una madre psicologicamente e fisicamente violenta. Sinéad subisce profondi traumi in un tempo e in un luogo in cui l’abuso sui minori è un enorme tabù: il dolore che porta con sé e di cui non può parlare apertamente la rende una bambina irrequieta e, in seguito, un’adolescente tormentata. 

La storia della cantante si intreccia indissolubilmente con il contesto socio-politico irlandese: O’Connor, dichiarando “ho subito violenze a causa dell’influenza che la Chiesa ha sull'Irlanda, che ha plasmato mia madre [...] e sua madre prima di lei”, individua la causa degli abusi subiti nel clima di restrizione sociale causato dalla religione che da sempre opprime in particolare le donne, costrette a vivere una quotidianità alienata nella costante ricerca di soddisfare le aspettative patriarcali. Il culmine dell’influenza del cristianesimo sulla quotidianità degli irlandesi si manifesta nel fatto che ciò che è considerato peccato, come l’aborto, il divorzio o l’utilizzo dei contraccettivi, risulta illegale o illecito. Questo clima di restrizione rende praticamente impossibile la libera espressione artistica, in particolare per le donne: le artiste irlandesi come O’Connor si vedono costrette a lasciare la propria patria per inseguire la possibilità di perseguire una carriera artistica.

“I’d compare Ireland to an abused child” Sinéad O’Connor

A soli 14 anni la giovane viene data in affidamento ad un collegio gestito da suore che accoglie ragazze difficili, perché eccessivamente indisciplinata. In questo contesto ostile e nuovamente costellato da abusi e prepotenza, l’artista studia chitarra e inizia a cantare incoraggiata dalla sua insegnante di musica che apprezza talmente la sua voce da farla performare al suo matrimonio. 

È lì che Paul Born, in cerca di una voce solista per il gruppo musicale In Tua Nua rimane ammaliato dal talento di O’ Connor e le chiede di unirsi alla band, iniziando un periodo di prove clandestine durante gli anni del collegio. La sua scrittura è rapida e necessaria: senza difficoltà la giovane scrive testi e musiche, esprimendo per la prima volta la necessità di esorcizzare tutto il dolore provato. Il primo brano che compone è Take my hand e si ispira ad una punizione corporale inflittale da una suora. 

Gli abusi all’interno del collegio sono quotidiani: una delle peggiori violenze che le ragazze devono subire è passare una notte nelle tristemente celebri "Magdalene laundries", istituti attivi in Irlanda dal 1922 al 1996 colmi di donne trattenute contro la loro volontà e sfruttate perché ritenute immorali (per la maggior parte orfane, figlie di ragazze madri o vittime di stupri).


L’ascesa 

Terminata l’esperienza del collegio, nel 1984 O’Connor capisce di voler perseguire la carriera di cantante e pubblica annunci su vari giornali di Dublino in cerca di una band. Dopo svariate audizioni viene presa dai Ton Ton Macoute e diventa la loro voce. Oltre a lavorare per mantenersi, inizia a suonare live e registrare i suoi pezzi con la band. In quel periodo dei discografici si interessano a lei in qualità di solista, e la cantante capisce di doversi trasferire a Londra per dare una svolta alla sua carriera. Qui frequenta assiduamente Portobello Road, principalmente per la Dread Broadcasting Corporation, la prima radio pirata inglese a trasmettere musica nera: così si avvicina al rastafarianesimo, che rimarrà un punto di riferimento per tutta la sua vita artistica, in particolare per il modo di contestare le istituzioni e il potere.


Dopo essere scritturata da un’etichetta iniziano le forti pressioni per assecondare uno standard di bellezza femminile compiacente, docile e attraente: l’industria musicale la invita a farsi crescere i capelli, a truccarsi, indossare tacchi e scrivere canzoni meno aggressive. Per rispondere in modo inequivocabile a queste insistenze, decide di rasarsi completamente i capelli, acquistando quel look deciso che la rende l’icona (anche di stile) che oggi ricordiamo.


Sinéad O’Connor

“Penso che l’industria musicale possa diventare estremamente supponente nei confronti delle donne [...] forse, se fossi un uomo non ci sarebbe tanto clamore, niente di me corrisponde agli standard della gente su come dovrebbe essere una donna.” 

Nel 1987 la cantante resta incinta e con la gravidanza è costretta ad iniziare una nuova lotta: il medico personale dell’etichetta la invita ad interrompere la gravidanza dato che su di lei sono state investite più di 100mila sterline e avere un figlio avrebbe potuto compromettere la sua carriera; anche in questo caso le pressioni sono state vane: “Nessun uomo aveva il diritto di dirmi chi o cosa potessi essere o come dovessi suonare. Vengo da uno stato patriarcale, ti dicono cosa puoi fare o meno, perché sei una donna. Io non ho mai preso ordini, né dalla società né da mio padre, di certo non li prendo da altri.” 


Sinéad O’Connor

Nello stesso anno, pubblica The Lion and the Cobra, album che la porta al successo soprattutto grazie al singolo Mandinka che scala rapidamente le classifiche. Ancora una volta le aspettative di genere intralciano la sua espressione artistica: la fotografia scelta per l’album, scattata dalla fotografa Kate Garner, viene ritenuta troppo aggressiva per circolare in America e viene dunque sostituita da una versione differente, più mansueta. In ogni caso, la sua immagine continua a stupire, superando il femminismo del tempo e giocando con l’identità di genere, muovendosi tra un’estetica non-binaria e un’iperfemminilità performata a piacimento. 


Diventa iconica la sua performance ai Grammy awards del 1989 in cui, a soli 21 anni, si esibisce con il simbolo dei Public Enemies disegnato sulla testa rasata per rappresentare la sua vicinanza al gruppo che si è rifiutato di partecipare in segno di protesta nei confronti dei Grammy che si rifiutano di riconoscere il rap e l’hip-hop come generi musicali legittimi. 


Nel 1989 porta le sue battaglie personali sul grande schermo recitando in Hush-a-Bye Baby, pellicola che racconta la storia di una quindicenne cattolica che scopre di essere rimasta incinta durante il conflitto nordirlandese. Il film vuole alimentare il dibattito sull’aborto, la sessualità e condizione femminile. Aldilà della pellicola, O’Connor si pronuncia pubblicamente in diversi modi per cercare di garantire il diritto di aborto alle donne irlandesi: “organizziamo un altro referendum e facciamo sì che solo le donne in età fertile possano votare riguardo il diritto di scegliere il proprio destino”. 


Nel 1990 pubblica il suo secondo album I do not want what i haven't got, osteggiato dai discografici in quanto ritenuto invendibile, poiché troppo personale. Rimanendo ancora fedele a se stessa, Sinéad non scende a compromessi e grazie al singolo Nothing comparse to you la cantante schizza al primo posto delle classifiche venendo consacrata come artista mondialmente stimata. 



Le controversie

Durante la data del tour del nuovo album in New Jersey, la cantante viene a conoscenza del fatto che prima della sua esibizione avrebbero suonato l’inno nazionale americano: in segno di protesta contro la censura statunitense nei confronti degli artisti neri e in opposizione al conflitto medioriendale in atto, la cantante dichiara che se avessero suonato l’inno, lei non avrebbe cantato. Dopo alcuni tentativi di contrattazione, decidono di rinunciare all’inno a causa dell’irremovibilità di O’Connor. 

Questo è il primo punto di rottura nella carriera della giovane, che dal giorno seguente, inizia a subire un’ondata di odio senza precedenti: le radio americane bandiscono la sua musica dalle stazioni, l’opinione pubblica la condanna e i giornali la attaccano ferocemente pubblicando titoli quali “Sinéad the she devil” e “Shut up Sinéad” demonizzandola e spesso ridicolizzandola per sminuire le sue battaglie. 


Due giorni prima dei Grammy del 1991, O’Connor, all’apice del successo, rifiuta di partecipare alla cerimonia e scrive una lettera spiegando le motivazioni del suo gesto: l’industria musicale è guidata dall’avidità e dagli interessi personali e ciò porta gli artisti a non esporsi sui temi importanti – in quel caso la Guerra del Golfo – per paura di essere tagliati fuori dal sistema. Se per lei diventa sempre più complesso conciliare i suoi ideali con il suo lavoro all’interno dell’industria musicale, i media alimentano l’odio nei suoi confronti chiamandola estremista e inaccontentabile. 


Una volta rilasciato il suo terzo album Am I Not Your Girl? viene organizzata la sua promozione attraverso performance in diretta televisiva e apparizioni pubbliche. Ma un evento sconvolge nuovamente la sua vita riportando a galla tutte le sofferenze passate: viene reso pubblico il fatto che sono state messe a tacere le denunce delle famiglie nei confronti della Chiesa per abusi sessuali nei confronti di minori, con la partecipazione del Papa che ha reso possibile l’insabbiamento. 

La sua rabbia e delusione sono senza pari e, così, prende una decisione che cambierà per sempre la sua vita: prende dalla casa di sua madre una fotografia di Papa Giovanni Paolo II (scattata nel 1979 durante il suo viaggio in Irlanda) e la porta con sé agli studi della NBC, iniziando ad architettare una performance senza precedenti. Il 3 ottobre 1992, Sinéad O’Connor, davanti al microfono del Saturday Night Live, cambia il copione della serata, iniziando a cantare a cappella War, canzone rastafariana portata al successo da Bob Marley e ispirata ad un discorso tenuto all’ONU nel 1963 dal Re etiope Hailé Selassié. La cantante modifica gli ultimi versi per denunciare esplicitamente gli abusi sui minori perpetrati e insabbiati dalla Chiesa:


Until the philosophy

Which holds one race superior

And another inferior

Is finally and permanently

Discredited and abandoned

Everywhere is war


Until there is no longer first class

Or second class citizens of any nation

That until the color of a man's skin

Is of no more significance

Than the color of his eyes

I've got to say "war"


That until the basic human rights

Are equally guaranteed to all

Without regard to race

Then we say "war"


That until that day the dream of lasting peace

World-citizenship and the rule of

International morality will remain

Just a fleeting illusion to be pursued

But never obtained

And everywhere is war


War in the east

War in the west

War up north

War down south

There'll be war

And the rumors of war


Until the ignoble and unhappy regime

which holds all of us through child abuse, yaa

child abuse, yaa

subhuman bondage has been toppled

utterly destroyed.

Until that daythere is no continentthat will know peace

Children, children, fight - we find it necessary

We know we will win

We have confidencein the victory of good over evil


Terminata la canzone mostra alla telecamera la fotografia del Papa e la strappa al grido di “Fight your real enemy” portando a compimento forse la performance più impattante e controversa della storia della musica. 



“Guardavo l’esibizione insieme ad alcuni amici e abbiamo iniziato tutti ad applaudire ed esultare: una performance femminista in tv? Quando mai ricapiterà?”


Scesa dal palco la cantante è convinta e soddisfatta del suo gesto, conscia delle conseguenze e del fatto che nessuno avrebbe potuto salvarla da ciò che la aspettava. La NBC condanna apertamente il gesto, la Chiesa e tutti i fedeli protestano chiedendo di boicottare lei e la sua musica: Sinéad O’Connor diventa probabilmente la persona più mediaticamente odiata, ricevendo valanghe di minacce di morte quotidiane. 


Poco dopo, viene invitata ad esibirsi al concerto tributo di Bob Dylan al Madison Square Garden, dove però è fischiata talmente tanto da non riuscire a cantare ciò che ha in programma: decide allora, per rimarcare la sua posizione, di ricantare War, urlando sopra i fischi senza paura. Stupisce ancora che sia stato proprio il pubblico di Dylan a fischiare una cantante i cui principi si avvicinano così tanto a quelli del primo artista, facendo insinuare l’idea che il problema principale sia il genere di chi si espone.



Nel 1993 scrive  una lettera aperta, chiedendo rispetto e ascolto, che, però, non otterrà più: “non c’è modo di zittirmi, sono una bambina maltrattata e l’intero mondo lo saprà, così come saprà di ogni altro bambino abusato. Non riusciranno a farci stare zitti solo perché non vogliono sentirne parlare.”

Da quel momento la sua vita diventa sempre più complessa: soffre di patologie mentali, spesso invalidanti, viene ostracizzata da ogni ambiente artistico, e dipinta come folle. 

“Sinéad è stata isolata, produceva ancora splendida musica e dischi, ma non li abbiamo né ascoltati né visti” Skin

L’arista è deceduta in circostanze sospette nel 2023. Ha continuato a produrre musica e ad esibirsi fino alla fine della sua vita, ripudiando il successo e l’esposizione mediatica.


L'eredità

I suoi gesti si sono inscritti nella storia dell’Irlanda che oggi è riuscita a liberarsi dal gioco della religione, raggiungendo il diritto al divorzio (1995) e all’aborto (2019), anche se la strada è ancora in salita e le lotte non sono terminate. L’attivismo di Sinéad ha fatto da apripista agli artisti irlandesi che ancora oggi sono agitatori ed attivisti, come Fontaines DC, CMAT, Enola Gay e Kneecap, la cui musica si intreccia con la storia del Paese (a partire dai Troubles e la Celtic Tiger sino alla crisi del 2008), raccontata con spirito di ribellione e invocando all’azione e alla protesta. La sua eredità vive anche in tutte le artiste donne che si espongono senza timore pubblicamente, autodeterminando la propria immagine e definendo liberamente il proprio pensiero senza compromessi.


p.c.


Commenti


bottom of page