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Rewilding : dalla terra, alla moda, ai corpi

19 ore fa
Tempo di lettura: 6 min

Aggiornamento: 2 ore fa

Trickle down theory: da Simmel al borsello Gucci

Associamo spesso la moda a quel regime totalitario che impone il suo stile e le sue regole, impartendo dall’alto cosa sia, come debba essere e come vada vissuta. Il sociologo George Simmel la chiamava “Trickle down theory” nel suo saggio La moda: un sistema in cui la classe abbiente fa sgocciolare verso il basso ciò che è il Gusto, come una montagna di struffoli ricoperti di miele, il quale arriva alla base della piramide solo dopo aver ricoperto abbondantemente la cima, a cui spetta il primato e l’onore di essere imbevuta per prima. Ecco come ha sempre funzionato il sistema del lusso: dare a pochi per far desiderare a molti quella ricchezza di cui non conosciamo il prezzo, ma soltanto un dato valore economico. 

A seguire, la classe meno privilegiata spesso è stata persuasa a desiderare quel lusso come qualcosa a cui ambire e ora, a giudicare dal numero di vetrine spaccate e negozi di grandi brand del lusso saccheggiati, si potrebbe pensare che sia ancora così, ma non lo è. Molto sta cambiando di questo paradigma: non è più la ricerca di status a muovere le persone e le piazze, ma un disprezzo e una risignificazione di quel tipo di ricchezza che viene saccheggiata e fatta propria, assumendo un significato completamente autonomo e distante da quello che il lusso ha sempre voluto dare. Ecco che il borsello Gucci diventa simbolo di distruzione e rivolta a quei valori. Lo stesso Gucci di Demna, nell’ultima collezione, porta in passerella questa rivolta semiotica dell’estetica maranza, truce e che parte dal margine, dalle subculture di coloro che non temono lo Stato di Polizia. 


Industria Culturale Capitale

Perché il commercio e il sistema moda continuano a sopravvivere a catastrofi naturali, ambientali e sociali, mantenendo il loro regime e la loro impermeabilità?La moda come industria creativa è anche industria culturale, e in questo rispecchia perfettamente i valori dell’epoca in cui viviamo. Soldi, profitto, sfruttamento: ecco cosa ci trasmette in questo periodo storico. Ci insegna a continuare a produrre in modo sfrenato in un mondo che finisce le proprie risorse idriche e naturali annuali in un terzo del tempo previsto dal proprio riequilibrio ecologico. Ci insegna a sprecare quelle risorse limitate per quel profitto di cui la nostra società è schiava. La moda è l’ennesimo specchio del regime turbocapitalista che regola il mercato e lo sfruttamento, di mani, risorse, terre ed esseri viventi. Come per la carne animale, siamo arrivati ad estraniarci dagli oggetti che ci circondano e a non vederli come materia viva, ma esclusivamente come oggetto di consumo. Una sola t-shirt utilizza 2700 litri di acqua per essere prodotta, è materia viva e organica; nasce dal cotone, da piante di un campo la cui biodiversità è stata uccisa per massimizzare la coltivazione, in cui vi sono pesticidi e per questo acque e terre inquinate.

In un’epoca in cui ogni desiderio viene naturalizzato e ricollocato nella logica dell’accumulo, del consumo e dello scarto, ogni nostra voglia viene giustificata e riprodotta a basso prezzo, usando materiali di dubbia origine e qualità per soddisfare e gratificare in breve termine il desiderio, a scapito di un più durevole equilibrio tra ciò che vogliamo e le risorse di cui disponiamo. Non a caso è proprio il sistema moda a essere il quinto settore più inquinante al mondo.

In tutto questo la mercificazione della natura viene normalizzata e i fashion media finiscono per promuovere una cultura del suo sfruttamento, in cui essa viene feticizzata come valore aggiunto ed estraneo al prodotto, e quindi utilizzata per vendere, dimenticando che se questo sistema rimane vivo, è proprio grazie a lei. 




Ecoliteracy: una nostra responsabilità

Joanne Finkkelstein sostiene che il sistema moda sia un fenomeno ibrido tra economia, arte e psicologia, e in quanto forza sociale, economica ed estetica, debba adattarsi al quotidiano e a ciò a cui la società aspira. Essendo quindi un sistema vivo e in grado di cambiare, non deve dimenticare di poter essere inattuale rispetto alle leggi del tempo, rispetto a un sistema autodistruttivo. Ma come può questo sistema cambiare reggendosi su una rete economica così determinata dal surplus Marxiano, in cui il valore è dato da quello scarto tra valore reale di un oggetto (spesso già estremamente sottostimato rispetto al suo utilizzo di risorse) e lo scarto del tempo operaio impiegato, anch’esso sottostimato e sottopagato? Come sfuggire a questa logica?Kate Fletcher riflette sull’idea che il sistema moda non può mutare senza un cambiamento radicale del sistema economico su cui si sorregge. Bisognerebbe quindi modificare il sistema, e perchè non prendere spunto da sistemi equilibrati come quello ecosistemico? Nel corso degli ultimi decenni sono nati nuovi modi di interpretare il sistema moda, nuove teorie, tra cui quella della moda post-crescita come modello alternativo a quello dominante, insieme a quello dello slow ed eco fashion, del co-design e del rewilding. 

Louise St. Pierre, nell’articolo “Nature’s System (2014)”, sottolinea l’importanza di una ecoliteracy matura riguardo i sistemi naturali, in grado di informarci sui processi biologici di sostentamento della vita all’interno del nostro ecosistema per poter comprendere ogni ecosistema e il suo innesto in quello successivamente più grande, fino a comprendere il funzionamento totale: quello terrestre, connotato da James Lovelock nel 2010 come Gaia.



Il Rewilding nella moda : due correnti filosofiche Taming e Rewilding 

Il Rewilding, non a caso, nasce come corrente ecologica che si interroga sull’utilizzo che abbiamo fatto delle terre e di come l’intervento umano possa, nella sua pratica, sterilizzare un terreno, la sua biodiversità e la sua capacità di popolarsi. Proprio per questo è strettamente collegata al sistema moda e alla sua materialità. 

Il rewilding come corrente biologica nasce negli anni ‘80, ed è un approccio alla conservazione della natura che mira a ripristinare processi ecologici – di biodiversità, di specie chiave e di dinamiche naturali – con un intervento umano mirato. 

Spesso è stato semplificato nell’idea di “lasciar andare la natura a sé stessa” e di rinselvatichimento, ma la realtà è più articolata. Questo processo, che in italiano possiamo tradurre con rinaturalizzazione, è stato definito da Rewilding Europe, organizzazione europea che guida numerosi progetti, come un processo che lavora sul paesaggio, stimolandone la diversità e l’abbondanza della fauna selvatica. E vede le comunità locali come parte integrante dei progetti. A livello ambientale, gli studi pubblicati su riviste internazionali indicano che i territori sottoposti a processi di rinaturalizzazione mostrano un aumento della biodiversità, miglioramento della qualità del suolo, maggior capacità di assorbimento del carbonio e una migliore gestione naturale delle risorse idriche, aggiungendo che il ritorno di specie chiave come grandi erbivori, predatori e impollinatori, contribuisce a rendere gli ecosistemi più stabili e adattabili ai cambiamenti climatici. 

Invece, per il sistema moda, il rewilding arriva più tardi, nell’articolo “Fashion Futuring in the Anthropocene (2019)” di Alice Payne, dove viene esposta brillantemente la tesi dell’eticista Clive Hamilton. Egli identifica due posture chiave per comprendere il fenomeno del Rewilding: quella Promethean e quella Soteriana, le quali si rifanno a due miti greci, rispettivamente quello di Prometeo e quello della dea Soteria, dea della cautela, della cura e dell’umiltà.

Nello specifico, la posizione Soteriana riconosce l’hybris (ὕβρις) del determinismo tecnocentrico e si rifà a un’idea di protezione naturale e scetticismo nei confronti della tecnologia. Questa posizione propone alternative alla velocità di produzione dettate dall’industria, valorizzando il know-how, le pratiche d’uso, del riuso, dello stra-uso degli stessi iconici vestiti. Del fare e del rifare. Dell’aggiustare e del riutilizzare la fibra in qualsiasi modo prima di definirla definitivamente scarto, dal momento che l’idea di scarto, in natura, non esiste. Una logica in cui la differenza del consumo esiste nel collezionare, dove c’è una relazione emotiva con i vestiti e una storia attraverso i capi fatta di utilizzo e vita.

La postura Prometea propone, diversamente, un reindirizzamento della tecnologia per un futuro più sostenibile, nel quale la tecnologia è parte integrante del cambiamento, se non sua fautrice principale. Il dominio sulla natura, come quello del fuoco di Prometeo, viene sottolineato come funzionale a tale futuro e fa sembrare questa postura più comoda e allettante dell’alternativa fatta da sacrifici personali e diminuzione dei consumi. 

Il Rewilding quindi per Alice Payne, che riprende a sua volta Kate Fletcher, nel contesto del sistema moda è tutto ciò che denota azioni che contrastino l’idea di un mondo post-naturale in cui continuiamo a dominare la terra. Al contrario, vede un sistema che libera la natura e la terra da pressioni economiche e sociopolitiche, in cui la moda torna al saper fare e al produrre cambiamento. Come ci insegnano tutte quelle realtà che riescono a creare spazi indomiti di contrasto per un fare moda diverso, maturo, che fiorisce oltre la dittatura del sistema capitalistico odierno. Per fare ciò serve fare rete, e per fare rete serve quella ecoliteracy di cui parlavamo: imparare dalle piante, dalle loro radici, a condividere e comunicare, a retificare il nostro nutrimento.

Si tratta di sviluppare un sistema che non sia lineare ma circolare e retificato, che abbia abbondanze, ripetizioni e diversità, che sia in connessione tra i vari viv-enti e che abbia la capacità di riprodursi e rigenerarsi. Un sistema circolare è un sistema che non produce scarto ma che riutilizza ciò che ha elaborato in un rinnovo ciclico, di riconnessione con i propri pattern e una risoluzione della fibra. In natura non esiste l’idea di rifiuto, o di scarto, tutto è dentro il sistema.

Il rewilding quindi, può essere un nuovo modo di vivere l’ecosistema, in grado di unire, di supportare le terre. Esso unisce la lotta per il clima, la terra, la libertà di movimento di tutti gli esseri viventi con la lotta per la libertà dei corpi, di tutte le forme di vita. Liberare e unire le terre significa liberare e unire i corpi. E questo Fatima Ouassak, nel suo libro Per un’ecologia pirata (2024) ce lo fa capire forte e chiaro.


Liberiamo le nostre terre e saremo libere. 

e.f.




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