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Oltre la moda: ANTI-DO-TO

Rubrica: Attivismo artistico


Nella surrealtà del 2020, scatenata dalla pandemia, l’intero sistema moda entrava in una crisi identitaria senza precedenti, niente domande e niente risposte. In questo deserto arido, però, ha avuto modo di fiorire un nuovo brand post streetwear e attivista: ANTI-DO-TO, evocativo di salvezza già dal nome. Questo label, 100% Made in Italy, non è nato semplicemente per occupare una fetta di mercato e capitalizzarlo, ma per diventare un manifesto di intenzioni tradotto anche in azioni concrete. 

ADT è stato fondato come Benefit Company da un pool di investitori privati con una visione che sorpassa i concetti tradizionali di profitto, identificando nell'abbigliamento il mezzo espressivo ideale per veicolare un cambiamento radicale.

L’idea di fondo, tanto elementare quanto potente, invita sinceramente le persone a “indossare il cambiamento", in un'epoca di apatia o di attivissimo puramente digitale (e di facciata). ANTI-DO-TO, ha agito concretamente unendo stili e background differenti sotto un unico obiettivo: sfidare apertamente lo status quo e passare positivamente all’azione per ricalibrare un sistema che per decenni ha sfruttato ogni risorsa del pianeta.


Il centro di un business etico: la visione sociale del profitto.


La vera rivoluzione di ADT risiede in un modello di business che ribalta radicalmente le gerarchie finanziarie del fashion system. Il brand ha infatti stabilito che il 50% dei profitti netti derivanti dalle vendite dovesse essere reinvestito direttamente in iniziative per il sociale. Ciò che differenzia questa operazione dal classico charity-washing è il funzionamento stesso dell’investimento; il marchio non attende di accumulare utili per decidere se e quanto donare, ma stanzia budget preventivi basati sulle stime e anticipa i fondi ai partner no-profit.

Questo sistema permette ai progetti di partire immediatamente, garantendo un impatto reale e tempestivo. Tutto sostenuto da quattro pilastri fondamentali: il benessere mentale e fisico, l’inclusione sociale, il rafforzamento della community e, come cornice imprescindibile, la tutela del pianeta. Ogni acquisto diventa così un vero e proprio act of change, l’ingranaggio di un sistema che si nutre autonomamente, prodotto dopo prodotto, per generare un valore sociale tangibile. 


Un guardaroba universale: il design genderless


L’estetica del marchio è stata concepita per essere funzionale alla sua missione attivista: un guardaroba essenziale, trasversale e rigorosamente genderless. La prima collezione, composta da 15 capi tra cui hoodie, t-shirt e giacche waterproof, è stata progettata per durare nel tempo, sfidando la logica della stagionalità frenetica. Attraverso l’uso di fit volutamente oversize e dettagli tecnici trasformisti, come bottoni strategici e coulisse, i capi sono pensati per adattarsi a corpi differenti, diventando emblema di un abbigliamento no gender.  I colori, che spaziano dalle tonalità vivaci ispirate alla natura ai classici contrasti in bianco e nero, hanno tradotto visivamente la sensibilità del marchio verso l’eguagliazia. Non si tratta solo di vestire le persone, ma di fornire loro un’armatura urbana che parlasse di giustizia sociale, benessere fisico e psicologico, elementi essenziali per un brand che sposa pienamente i concetti di trasparenza e sostenibilità a 360°.



Geografie del cambiamento: dal porto di Gaza alle strade di Douala


L’impatto di ADT  ha saputo valicare i confini nazionali andando a toccare realtà dove il bisogno di aggregazione è una necessità vitale. Una delle prime e più significative missioni, iniziata nel 2020 in concomitanza con la nascita del brand, è stata la finalizzazione dello skatepark Ha’Ramba DIY nel porto di Gaza City, realizzato in sinergia con la NGO Gaza Freestyle, già attiva sul progetto dal 2014. L’obiettivo era quello di offrire un luogo di aggregazione, libera espressione e sport per i giovani gazawi.



In seguito, il brand ha supportato Jail Time Records, finanziando interamente la creazione di uno studio di registrazione fuori dalle mura della prigione centrale di Douala, in Camerun, permettendo a ex detenuti di continuare il loro percorso attraverso la musica. Questo progetto, accompagnato da una capsule collection curata da Federico Curradi – che ha utilizzato i dipinti dei detenuti come artwork – ha dimostrato come la moda possa essere una cassa di risonanza per tematiche sociali. 


Una produzione interamente responsabile


La responsabilità ambientale per ADT non è mai stata una sovrastruttura, ma un elemento fondamentale, scritto proprio nel DNA produttivo. Ogni capo delle collezioni è stato ideato cercando soluzioni a bassissimo impatto, prediligendo esclusivamente materiali sostenibili e certificati. La scelta è ricaduta sul cotone organico GOTS e su fibre riciclate GRS, come il nylon rigenerato proveniente da scarti industriali e rimanenze tessili che altrimenti sarebbero finite in discariche come giacenze inutilizzate.

La produzione è rimasta chiaramente ancorata al territorio italiano, con una predilezione per il distretto manifatturiero del Veneto. Qui ANTI-DO-TO ha selezionato piccoli laboratori indipendenti a conduzione familiare, eccellenze dell’artigianato moderno che operano nel pieno rispetto dei principi etici e della dignità dei lavoratori. Anche l'attenzione al packaging ha riflesso questa coerenza: dalle scatole in carta FSC riciclata ai sacchetti industriali in mais compostabile, riutilizzati in loop nei magazzini per eliminare totalmente la plastica vergine dalla catena di distribuzione.


Il progetto Earthbound


La prima collezione di Giorgio Di Salvo come direttore creativo di ADT è  Earthbound. Il termine fa riferimento alle teorie dell'antropologo Bruno Latour riguardo la necessità di re-immaginare il nostro rapporto simbiotico col pianeta, realizzando uno scambio continuo ed equo. Essa è composta da quindici modelli, realizzati  in cotone organico certificato e tinti con una tecnica che utilizza pigmenti minerali naturali, fil rouge produttivo e narrativo dell'intera collezione. Si tratta di un metodo antico, che risale alla preistoria e che nel tempo è stato sfruttato da Egizi, Greci e Romani per la realizzazione di pitture e affreschi. Questa scelta influisce ovviamente sul risultato finale, con capi che hanno toni sfumati e polverosi. I pigmenti utilizzati, che fanno parte del progetto Zetaterra dell'azienda chimica Zaitex di Vicenza, hanno un impatto minimo sull’ambiente e inferiore ad altri processi di tintura, grazie alle basse temperature richieste che implicano un minore consumo di energia e a un miglior trattamento delle acque reflue. 


La parabola conclusa di ADT


Il percorso di ANTI-DO-TO rappresenta una delle parabole più affascinanti e coraggiose della moda contemporanea. Il brand è stato capace di dimostrare che il profitto può essere non il fine, ma il mezzo per una rigenerazione sociale, trasformando un semplice magazzino di e-commerce in una piattaforma culturale pulsante di video, podcast e reportage dal vivo. Eppure, oggi di ADT non si hanno più notizie.

I canali ufficiali tacciono, le collezioni non si rinnovano dal 2022 e il progetto sembra essere scivolato in un oblio enigmatico. Questa latenza, tuttavia, non cancella quanto costruito. ANTI-DO-TO rimane un caso studio fondamentale: ha tracciato una rotta possibile dimostrando che l’abbigliamento può diventare un vero e proprio “antidoto” contro la corruzione della società e del sistema. Se il brand abbia concluso la sua missione o stia semplicemente riflettendo sulla sua prossima mossa non è noto, ma la sua eredità vive nella consapevolezza di chi ha indossato quei capi, sapendo che la moda ha davvero provato a lasciare un segno positivo. 



b.b.

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