Le radici del Rave Party come pratica di contestazione
- Penelope Contardi

- 2 giorni fa
- Tempo di lettura: 6 min
Il fenomeno dei Rave Party è spesso al centro di interesse e polemiche per la sua natura autogestita, anticapitalista e comunitaria, che sfida le leggi e crea una spaccatura nell’ordine sociale. Il Rave Party, oggi diffuso in tutto il mondo, resta uno spazio incontrollato, dove la musica pervade i corpi che raggiungono stati vicini alla trance, di frequente indotti con l’aiuto di sostanze stupefacenti. In questi luoghi, gli individui si riappropriano di una corporeità ancestrale, lontana dalle logiche del capitale: esistono liberi ed “inutili”, improduttivi. Questo spirito ribelle e di contestazione, intrinseco in particolare alla pratica dei Free Party, ha radici profonde che affondano nella lotta alle discriminazioni di classe, sociali e razziali.

Le origini del movimento
I primi germogli della cultura Rave, infatti, nascono in Giamaica durante gli anni ’50. L’isola è colonia britannica e le popolazioni afro caraibiche subiscono violenze e discriminazioni che inficiano anche l’accesso alla cultura: i club e luoghi dedicati alla fruizione della musica, soprattutto a Kingston, sono infatti riservati all’élite bianca che diventa l’unica fetta di popolazione a poter godere di eventi con musica amplificata. In risposta a questa pratica marginalizzante, alcuni musicisti e ingegneri del suono giamaicani con capacità artigianali iniziano a costruire i propri sistemi di sonorizzazione, da installare su camion o direttamente nelle strade, oggi riconosciuti comunemente come Sound System. La produzione dal basso di questi sistemi di amplificazione ha consentito un incremento delle feste di strada autogestite, soprattutto nei ghetti della capitale giamaicana, principalmente gratuite ed estremamente inclusive. I generi musicali che animano questi eventi nel corso degli anni ’50 sono principalmente Rhythm and blues e Mento (stile tradizionale giamaicano). Rapidamente il fenomeno accresce la propria popolarità, alimentando un fermento culturale che investe tutta l’isola.
Lo sviluppo di nuovi generi
Proprio a causa del dilagare del movimento, a partire dagli anni ’60 i Sound System devono iniziare ad ampliare la propria offerta musicale per accontentare un pubblico che richiede ritmi innovativi e sempre più ballabili: è per questo motivo che nascono generi in voga tutt’oggi come lo Ska (più energico e ritmato) o il Rocksteady che si evolverà poi nell’iconico Reggae che abbraccia un ritmo più sincopato e recita per lo più testi politicamente impegnati.
In questo contesto cresce anche la concorrenza interna tra i diversi eventi musicali organizzati dal basso. Per differenziarsi dagli altri Sound System, i disc jockey applicano delle strategie come la corsa al vinile che consiste nel mandare una o più persone del proprio entourage all’estero per cercare i dischi più popolari che non erano ancora conosciuti o in commercio sull’isola. Questa rivalità ha dato i natali ai sound clash: momenti in cui due Sound system si sfidano faccia a faccia in una battle musicale, per dimostrare chi ha la migliore equipe, attrezzatura, e soprattutto, selezione musicale. L’originalità dei dischi diventa dunque il cuore delle battle e per garantirla, i musicisti iniziano ad utilizzare i double plates, dischi con versioni personalizzate e uniche prodotte da loro stessi: la tecnica principale vede questi ingegneri del suono modificare dei pezzi già esistenti aggiungendo degli effetti come riverberi ed echi, ma soprattutto accentuando le loro parti ritmate. è in questo modo che nascono i primi dischi di musica Dub, genere proveniente dal Reggae ma riarrangiato, elidendo la parte cantata.

Lo sbarco del fenomeno negli USA
Durante gli anni ’70, questa rivoluzione culturale supera i confini dell'isola per espandersi soprattutto nelle periferie Newyorkesi, in particolare nel Bronx, a causa della grande concentrazione di immigrati principalmente Afroamericani, Portoricani e Afro Caraibici. In questo contesto iniziano ad essere organizzati i primi eventi ispirati alla cultura del Sound system giamaicano, che prendono il nome di Block Party: inclusive feste di quartiere in cui la musica anima le strade e unisce le persone, rafforzando il senso comunitario delle periferie. In quegli anni, generi come la Dub o il Reggae non erano di certo i più popolari negli Stati Uniti, per cui la musica tipicamente giamaicana inizia ad ibridarsi al fine di incontrare i gusti di una più larga fetta di pubblico, venendo mixata con generi più in voga come il Funk. Per farlo, iniziano ad essere utilizzate nuove tecniche come riprodurre in loop le parti più ritmiche (breaks) di alcuni brani Funk, costituendo un primo esempio di sampling.
Queste feste ai piedi dei palazzoni newyorkesi diventano il crogiuolo di svariate forme artistiche: nuove sperimentazioni musicali con il breakbeat e lo scratching, un nuovo modo di danzare, oggi conosciuto come breakdance, e una nuova arte figurativa di strada, principalmente incarnata dai graffiti. Dalla tradizione afroamericana e poi giamaicana viene anche importato il toasting, uno stile vocale che consiste nel parlare in modo ritmato sopra un beat, che porta rapidamente alla definizione del genere Rap. Tutta questa cultura multidisciplinare si continuerà a sviluppare con un carattere proprio definendosi come cultura Hip-Hop.
Le nuove forme del Rave Party
Durante gli anni ’50 e ’60 il movimento raggiunge l’Europa, approdando in primo luogo in Inghilterra, nazione che al tempo era oggetto di una grande ondata migratoria da parte dei Caraibi. Le persone immigrate, nuovamente concentrate nelle periferie cittadine, trovano nei Sound System una possibilità aggregativa e di resistenza rispetto all’inuguaglianza razziale, sociale e politica. Dalla metà degli anni ’60 in Gran Bretagna, la musica giamaicana diventa sempre più popolare e riconosciuta grazie a figure quali Bob Marley o Jimmy Cliff, portando ad esempio, all’istituzione del Carnevale di Notting Hill, festival caraibico di strada che ancora oggi attira milioni di persone.

È durante gli anni ’70 in Gran Bretagna che il fenomeno del Rave party inizia ad assumere maggiormente le caratteristiche che conosciamo oggi. È infatti in risposta alla deriva conservatrice della politica britannica rappresentata da Margaret Thatcher che giovani bianchi, principalmente delle classi medio-basse, si appropriano del concetto del Sound System dando nuove connotazioni al suo utilizzo. Durante gli anni ’80 il fenomeno si consolida come un momento di resistenza e libertà contro l’oppressione politica che influenza anche la night life britannica caratterizzata da locali che chiudono non dopo le due di notte, aumentando la frustrazione di chi desidera festeggiare. Gli incontri, dunque, diventano sempre più organizzati e popolari, allocati non più nelle strade – per la necessità di sfuggire al controllo della legge – ma in spazi isolati come campi o luoghi abbandonati, spesso dal carattere industriale; questi eventi, così, diventano anche un momento di riappropriazione e collettivizzazione di spazi inutilizzati.
Il concetto del Rave Party, pur allontanandosi dalle sue radici anticolonialiste, mantiene il suo spirito di contestazione rispetto alle istituzioni dell’epoca: è in questo periodo periodo che si sviluppano la musica House e Techno che resteranno i generi più comunemente riconosciuti come caratterizzanti di questi eventi.
La definizione del movimento

The second summer of love marca un punto di svolta: il fenomeno, iniziato alla fine degli anni ’80 nel Regno Unito, vede la nascita della musica Acid House, il boom dell’MDMA – che diventa la droga più associata a questo genere di party – e un incremento rapidissimo delle feste gratuite. Nello stesso periodo aquisiscono popolarità generi come il Breakbeat e la Techno Hardcore che influenzano a loro volta la scena musicale giamaicana ibridandosi con i generi più tradizionali dando vita prima alla Jungle e in seguito alla Drum and Bass.
Il movimento durante gli anni ’80 acquista un'importanza crescente anche per la comunità LGBTQIA+ che in particolare a Detroit abbraccia la cultura Rave per creare spazi sicuri ed esprimere liberamente la propria identità, costruendo un senso comunitario. Il motto dei party queer diventa PLUR, sigla indicante i principi del party: peace, love, unity e respect. Legandosi alla lotta contro il razzismo e al capitalismo, la comunità nera queer ha avuto un ruolo fondamentale nel definire il profondo senso dei Rave Party e nella ricerca musicale in particolare espandendo e rinnovando il genere Techno.
In risposta a questo fermento, le autorità britanniche si organizzano per criminalizzare i Rave attraverso il Criminal Justice and Public Order Act del 1994, vietando gli assembramenti non autorizzati di più di 20 persone, solitamente accompagnati da musica elettronica. Da questo momento il movimento si scinde in due ideologie: da una parte il termine Free Party indica specificamente quella che continua a rivendicare una festa libera, gratuita e in opposizione alla legge; dall’altra, il termine Rave Party inizia a rappresentare quella che mette al centro la musica elettronica, anche all’interno di eventi legali o a pagamento. A causa di questa repressione da parte della legge, alcuni collettivi di musicisti, come gli Spiral Tribe, lasciano l’Inghilterra per condividere la cultura Free Party nel resto d’Europa, dove le leggi per impedirne lo svolgimento non sono ancora arrivate, anche se è solo questione di tempo prima che ogni Paese europeo si organizzi per rendere questi ritrovi punibili legalmente.

I Free Party continuano ad esistere e a costituire un fondamentale spazio di contestazione, esprimendo la volontà – in particolare giovanile – di riappropriarsi di luoghi pubblici, di esprimere la propria identità e di acquisire una nuova coscienza del proprio corpo in opposizione ad un sistema oppressore che mira soltanto al profitto scaturito dallo sfruttamento. Le feste risultano momenti di condivisione libera e sincera, fondamentali per costruire un pensiero alternativo e tenere vivo quel senso comunitario che sembra sempre più difficile esperire nella società odierna.
p.c.














Commenti