top of page

Hana Yagi: la designer del debutto di Osaka

Che i tornei di tennis fossero un’occasione in cui la moda ricopre un ruolo fondamentale è ormai noto, ma che la frivolezza dell’abbigliamento di lusso lasciasse gli spalti per scendere sul prato di Wimbledon e affermare il suo valore semantico è stata una novità. Per questo passaggio bisogna ringraziare Naomi Osaka, tennista giapponese che ha fatto il suo debutto nell’arena lasciando avversari e spettatori senza parole. Questa scelta gridata ha il valore di comunicare che l’abbigliamento non è fatto solo di superficialità e apparenza, ma è un linguaggio complesso e consapevole che influisce sulle percezioni interne ed esterne. Così, tennis e mondo della moda portano avanti un dialogo spettacolare, offrendo al pubblico una performance visiva, Evolving Ceremony.

Osaka, per l’occasione, entra in scena con abiti teatrali e stratificati non subendo le rigide imposizioni di Wimbledon, che vuole gli atleti in total white, ma sfruttandole a suo vantaggio come mezzo per far sentire la sua voce e rappresentare le diverse sfaccettature della sua persona, oltre al suo ruolo d’atleta: “Uso la moda per raccontare storie e accogliere le persone nel mio universo creativo", ha spiegato la tennista.

Il look, indossato lo scorso 29 giugno, è  monumentale e sontuoso, un dichiarato tributo alle sue origini giapponesi. La particolarità di questo capo è la sua realizzazione, interamente costituita da materiali d’archivio upcycled recuperati da antichi kimono da sposa, i tradizionali shiromuku. Il collo alto scultoreo e le iconiche maniche allungate a taglio squadrato arricchiscono il capospalla e avvolgono l’atleta con un'allure unica. Sul tessuto candido in seta sono visibili dei preziosi ricami, raffinati e minuziosi, di fiori di ciliegio in rilievo tridimensionale insieme ai ricami delle gru, simboli millenari di longevità e grazia. In vita il capospalla è stretto da un fiocco che riprende i codici della cintura Obi tradizionale, fusa qui con geometrie moderne ispirate all'arte del kirigami.



L'innovazione di Hana Yagi: tra estetica d'avanguardia e la tradizione del boro

Questa magica narrazione estetica è stata concepita da una designer rivoluzionaria: Hana Yagi, che pone l’attenzione sull’evoluzione del capo. Sotto il kimono, si sviluppa una gonna a balze stratificata in tulle plissé impalpabile, capace di creare un effetto etereo a ogni azione di Osaka. 

La designer 26enne, con base a Tokyo, è una ventata di creatività e innovazione nel panorama moda attuale, inserendosi perfettamente nell’estetica rivoluzionaria dei designer giapponesi, prima tra tutti Rei Kawakubo con Comme des Garçons.

Yagi, cresciuta a stretto contatto con le tradizioni artigianali, reinventa vecchi tessuti di differente provenienza e li trasforma, dando loro nuove forme e nuova vita. La sua pratica non si limita alla sostenibilità o al riciclo creativo, ma nasce dalla volontà della designer di scoprire e ampliare le potenzialità della moda.

A soli 19 anni, con la collezione Repair, è stata selezionata come la finalista più giovane del più grande concorso di moda europeo, l'ITS (International Talent Support) Fashion. La sua linea è ispirata al boro, tradizione tessile delle regioni settentrionali del Giappone, dove la produzione del cotone era scarsa e gli inverni rigidi e dove, invece di buttare via gli abiti, le famiglie li rattoppavano e li rammendavano, sovrapponendo i vari ritagli in una stratificazione che portava un singolo capo a contenere generazioni di riparazioni e, quindi, di storia. Questo lavoro era in gran parte affidato alle donne, che rafforzavano ripetutamente il tessuto con fitte cuciture, trasformando abiti al limite della loro esistenza in qualcosa di completamente nuovo. 

In diverse interviste racconta del periodo dell'adolescenza antecedente al concorso, di quanto desiderasse dedicarsi all'arte e alla moda, dei conflitti interiori che ha provato nel suo percorso in questo settore e di come le difficoltà abbiano invigorito la sua grande visione.



La decostruzione come atto di ascolto e riscrittura del vissuto

Yagi spiega che il motivo per cui lavora quasi esclusivamente con vecchi tessuti e abiti di seconda mano è l’attrazione per i ricordi che aleggiano nelle stoffe. Prima di iniziare a lavorare su qualcosa si interroga, domandandosi a chi appartenesse, a quale contesto sociale e a quale epoca: "Lasciare che la mia immaginazione si muova attraverso queste domande è di per sé un atto creativo per me". La decostruzione, nelle sue mani, è un vero e proprio atto di ascolto, non di distruzione. Le sue idee nascono dal materiale stesso, ponendo particolare attenzione anche alle tradizioni giapponesi da cui trae ispirazione.

Ora trasforma abiti da sposa danneggiati o scartati in capi sorprendenti che sfidano le idee di purezza, femminilità e tradizione. Nonostante l'abito da sposa sia destinato a una vita breve, un'occasione finita e limitata, per Yagi non è così.  Il suo obiettivo non è quello di rendere i tessuti impeccabili e sceglie di non rimuovere le macchie, ma di tingerli e renderli parte integrante dei capi; non vuole nascondere il precedente vissuto, ma enfatizzarlo e stratificarlo con il nuovo. Inoltre, in Giappone il bianco dell'abito da sposa tradizionalmente ha un significato specifico che va oltre la semplice purezza: l'idea che una donna arrivi al matrimonio come una tela bianca. "Il bianco dell'abito da sposa... è stato anche descritto come il colore della disponibilità a essere tinte dalla famiglia di cui si entra a far parte", spiega Yagi a Tokyo Weekend. "Credo che in questa tradizione si nasconda un sistema di valori patriarcali, che chiede alle donne di cancellare la propria identità e individualità". Questo porta la designer a mettere al centro del suo lavoro un netto rifiuto di questa cancellazione, cercando di esaltare l’individualità personale.


Le collezioni della disobbedienza: "Sanguine Bride" e "Brides in Hell"

La collezione del 2024, Sanguine Bride, è il primo progetto di Yagi completamente centrato sugli abiti da sposa: i suoi design, vere e proprie opere d’arte, sono creati partendo da vecchi abiti sontuosi e kimono bianchi noleggiati, restituiti danneggiati e di conseguenza scartati. Yagi li ha decostruiti, tingendoli con diverse tonalità di rossi saturi e neri intensi, liberandoli in questo modo dal mito della purezza nuziale. Così il suo design porta a riflettere su una domanda: perché la virtù femminile è sempre stata così legata al vuoto e alla disponibilità a essere plasmata? 

Le creazioni contengono intrinsecamente questa domanda, che diventa evidente dalle fotografie realizzate per annunciare il lancio della collezione. Qui una sposa è ritratta mentre fissa l'obiettivo con aria sfidante, con le dita e le braccia macchiate di rosso, come se fosse appena uscita dall'inferno. Un senso di violenza è palpabile: Yagi concretizza, attraverso l’utilizzo della pittura rossa, il sacrificio che viene richiesto alle donne. La scelta di una sposa in rosso acceso o in diverse tonalità di nero ha un senso ispiratore che non solo rompe con la tradizione, ma la rifiuta completamente.


Un analogo senso di sfida e il motivo nuziale sono presenti anche in Brides in Hell, una capsule collection più piccola che ha lanciato nel 2024 con Heap, un marchio giapponese di lingerie. La capsule rappresenta un'estensione della visione alla base di Sanguine Bride: un reggiseno realizzato in pizzo rigido e bruciato, e una giacca unisex oversize stampata con un motivo a corsetto sul retro – un capo che storicamente è stato utilizzato per rimodellare e comprimere il corpo di una donna secondo l'ideale della società patriarcale, ora è indossato apertamente, sopra i vestiti, come una forma di disobbedienza.


Il futuro: un'esplorazione introspettiva dell'emozione

Attualmente la sua ricerca è concentrata nella preparazione di una nuova collezione, che prevede anche la ricostruzione di abiti da sposa già indossati. Se Sanguine Bride e Brides in Hell vogliono esprimere la loro ribellione verso l'esterno attraverso l’uso saturo del colore, questo nuovo progetto punta verso l'interno, utilizzando la stessa materia prima per esplorare la complessità dell'emozione stessa. I dettagli che la designer ha fornito sono fugaci, avvolgendo le sue future creazioni in un'aura di mistero che lascia trasparire la volontà di concentrarsi sulle apparenze che l’individuo mostra al mondo, in contrasto con i sentimenti che sono tenuti nascosti al di sotto. "Sono affascinata dal divario tra ciò che proviamo e il modo in cui lo esprimiamo", afferma. "Sto sperimentando come tradurre questa sensazione ambigua e contraddittoria in qualcosa di visivo."

Il lavoro di Yagi si configura così come un'azione fortemente politica ed estetica, capace di trasformare la materia tessile in uno spazio di contestazione attiva. Attraverso la decostruzione fisica degli abiti, la designer decostruisce l'idea di una femminilità passiva e codificata dal sistema patriarcale. In questo modo, l'intervento sartoriale di Yagi diventa un linguaggio di disobbedienza visiva che restituisce alle donne il controllo totale sulla propria narrazione e sulla propria individualità. 

b.b.


Commenti


bottom of page