Hamnet: storia di tre donne
- Gemma Cannavà
- 1 giorno fa
- Tempo di lettura: 6 min

Ci sono nomi così grandi da oscurare con la loro ombra quelli di coloro che li circondano. Personalità così imponenti da eclissare tutto ciò che ruota loro intorno, lasciando davanti agli occhi dei più solo la loro immagine insorta a icona. Uno di questi è William Shakespeare, il drammaturgo, il poeta, no … il genio. Un nome che porta con sé un immaginario ricco di personaggi, che parla di un periodo storico ormai mitizzato, ma la cui vita, anche a causa della romantica connotazione di “genio”, che esalta l’individualismo nell’arte, è avvolta da una patina di mistero, dalla quale nascono speculazioni accademiche che contribuiscono ad accrescere il mito del Bardo, ma che allo stesso tempo lo allontanano sempre di più dalla vita reale.

Anne, Susanna, Judith, Hamnet: sono questi alcuni dei nomi che esistevano accanto a quello di William, e che oggi sono perlopiù sconosciuti, scomparsi dalla memoria popolare, ridotti a date e
annotazioni biografiche. È qui, nell’ombra della grandezza, che un’operazione come quella della scrittrice Maggie O’Farrell prende vita, un tentativo di restituire a quei nomi parte del loro spirito e della dignità loro dovuta non in quanto moglie e figli di Shakespeare, ma in quanto persone. Nel nome del figlio. Hamnet (2020) è il racconto di vite comuni che diventano straordinarie non per via della relazione con il drammaturgo, ma in virtù della loro semplice esistenza.
Il romanzo di O’Farrell ha infatti come protagonista Agnes, una rielaborazione di Anne Hathaway, poi Anne Shakespeare, donna della quale la Storia ha preservato pochissime informazioni, tanto che persino sul suo nome – che compare nei documenti ufficiali sia come Anne che come Agnes – non vi sono certezze. La scelta dell’autrice di optare per il secondo può essere considerato un modo per allontanare il suo personaggio dall’invadente presenza che aleggia su “Anne Hathaway”, solitamente seguito dalla precisazione “moglie di Shakespeare”, restituendo alla donna reale l’autonomia dell’essere che le è stata a lungo negata. Agnes è un doppio ideale di Anne, e O’Farrell, facendo pieno utilizzo della libertà concessale dalla finzione romanzesca, ci segnala, tramite la scelta di un nome anziché dell’altro, che la sua è una storia potenziale, non reale: la sua Agnes non è Anne, bensì l’ipotesi di una sua identità.
Agnes, tra simbolo e persona.
Agnes nasce dalla realtà, ma prende vita tra le pagine, dove viene descritta come una donna dallo spirito indipendente e indomito, in sintonia con la natura, con la terra e gli animali, una figlia del post-umanesimo contemporaneo, più che dell’epoca Tudor. Sebbene le intenzioni di O’Farrell fossero, per sua ammissione, quelle di dare voce alla tragica storia di Hamnet, figlio di Agnes/Anne e William, il romanzo trova il suo nucleo pulsante nella figura della madre del bambino che, anche in virtù del suo essere un ponte tra diverse epoche, àncora in sé preoccupazioni e sentimenti universali.

O’Farrell utilizza Agnes come figura in cui far convergere diversi simboli. Oltre ad agire come riflesso di Anne, Agnes racchiude in sé la trinità della simbologia femminile: la Donna, la Figlia e la Madre. Tramite questa tripartizione, O’Farrell ha modo di esplorare il suo personaggio da prospettive diverse, mettendo in evidenza lati di volta in volta nuovi, che cambiano al cambiare di Agnes, ma che non vengono mai perduti. La ribellione di Agnes figlia, che la spinge ad andare contro il volere della famiglia, diventa la base per la volitività di Agnes donna, forte abbastanza da non piegare i suoi desideri alla morale, su cui a sua volta si posano le fondamenta per l’indipendenza di Agnes madre, che sfida tutto e tutti pur di proteggere i suoi figli. Tre declinazioni della stessa forza caratterizzante: la libertà, che richiama a sua volta un’altra forza, quella della natura, libera e liberante, alla quale Agnes si sente fortemente connessa, e su cui O’Farrell costruisce una contrapposizione con la città e l’urbanizzazione, a cui invece sono legati William e la sua famiglia d’origine. Nonostante il forte simbolismo e l’intento di scrivere un romanzo in cui le teorie femministe contemporanee facciano parte integrante dell’architettura narrativa, tentativo virtuoso, ma inefficace, Agnes non è mai ridotta a semplice vestigio su cui ricamare interpretazioni simboliche, ma è prima di tutto un personaggio/persona la cui essenza non si estingue nei ruoli che ricopre ed è capace di esistere al di fuori di essi. O’Farrell dimostra, infatti, grande bravura nell’utilizzare gli artifici narrativi in favore della sua creazione e con maestria costruisce attorno ad Agnes un sistema di specchi fatto di personaggi che riflettono aspetti del suo. La madre morta, la matrigna, la suocera, la cognata Eliza, le figlie, Susanna e Judith, sono tutti attori della storia di Agnes che aiutano il lettore a ricostruire la psicologia del personaggio.
Agnes, corporeità sullo schermo.
Esiste poi una terza Agnes, la più recente, protagonista del film diretto da Chloé Zhao e tratto dal romanzo di O’Farrell, Hamnet (2025). Interpretata da Jessie Buckley e figlia della collaborazione tra Zhao e O’Farrell, quest’ultima Agnes, pur condividendo un forte legame con le sue precedenti iterazioni, si distingue dalla sua controparte romanzesca, in cui si fondevano simbolismo e psicologia, e da quella reale, ridotta a qualche riga biografica, configurandosi come un ulteriore tassello nella ricerca della perduta Anne.

Adattando il personaggio ad un racconto per immagini, Zhao e Buckley hanno lavorato su una nuova interpretazione di Agnes, in cui il rapporto con la natura viene tradotto tramite una performance che sottolinea gli aspetti animaleschi del corpo, come nella scena d’apertura, dove un’inquadratura dall’alto coglie la protagonista sonnecchiante tra le radici di un albero, rannicchiata su se stessa come un ghiro. Il rapporto tra corpo umano e natura caratterizza la prima parte del film, Agnes si muove nella foresta adottando movimenti ferini, il corpo in perfetta sintonia con l’ambiente circostante, ma pur sempre estraneo, ciò è rimarcato dal suo vestito, una macchia rossa in una distesa di verde, un colore sì complementare, ma proprio per questo latore di opposizione.
La corporeità di Buckley cattura lo sguardo della camera, l’attrice scivola nel ruolo con facilità e porta lo spettatore a vederla trasformarsi, con il passare dei minuti, di creatura in creatura. La tranquillità da ghiro iniziale viene sostituita da una sinuosità misteriosa e schiva da gatto che la caratterizza al momento del primo incontro con William (interpretato da Paul Mescal), ed esplode poi nella ferocia di una fiera nei momenti più difficili, come il parto o il lutto. Una continua metamorfosi che fa da parallelo visivo ai cambiamenti di Agnes nel romanzo e che aiuta a preservare lo spirito post-umano che aleggia nell’opera di O’Farrell.
Lutto, maternità e i vincoli del mercato.
Il film di Zhao dà il suo meglio quando mette al centro Agnes, quando le lascia spazio per mostrare il suo essere. Purtroppo, lo spazio che le viene concesso è di gran lunga inferiore a quello che ha nel romanzo. Se quest’ultimo utilizzava il lutto come uno strumento per parlare di maternità, incarnata in Agnes, ed echeggiata dalle storie delle altre madri che la circondavano, il film opta per concentrare il suo sguardo sul lutto della coppia, eliminando quasi del tutto le altre donne nella vita della protagonista, ridotte a poche frettolose battute dette da personaggi i cui nomi sembrano quasi irrilevanti. È stato detto tanto sul modo che ha Zhao di ritrarre il lutto sullo schermo, spesso ridotto a mera indagine estetica sull’iconografia del dolore, ma, tolta questa scelta più o meno apprezzabile, il problema che ne emerge è la ricaduta nel fascino del nome di Shakespeare, a sfavore di quello di Agnes.
La scena finale diverge dal libro e vede la messa in scena di Amleto e la catarsi del dolore paterno nel ruolo dello spettro da lui interpretato. Sebbene sia facile comprendere il desiderio di Zhao di misurarsi con una resa cinematografica della tragedia shakespeariana, e sebbene alcune trovate visive, come la scenografia della foresta che rimanda al mondo di Agnes e all’opposizione natura/urbe, siano ben pensate, tutto finisce per essere stucchevole. Tra personaggi che annunciano che “it’s William Shakespeare”, Agnes che esplicita il sottotesto con la battuta “he has swapped places with our son”, oltre che al protarsi fin oltre il dovuto della scena con il solo scopo di recitare i famosi versi del Bardo, il finale scade in un sentimentalismo spicciolo, vittima del magnetismo di Amleto e Shakespeare, dimenticandosi di Agnes, Hamnet e William. Mentre quest’ultimo piange dietro le quinte, dopo la sua performance, lo spettatore assiste al resto del dramma, scelta che diventa celebrazione del potere curativo delle storie e della modernità del testo shakespeariano, ma che riduce Agnes a moglie e madre, questa volta come apparato di altri e non come simbolo esemplificativo, spogliandola della sua forza e individualità.
Agnes, Anne e tutte quelle che abbiamo perso.
Tre donne, tre mezzi di comunicazione, archivio, romanzo, film, tre risultati, tre percezioni di un’unica vita. Non sapremo mai chi fosse realmente Anne Hathaway, poi Shakespeare, e così come lei tante altre donne sono state, e continuano ad essere, ridotte al ruolo di relazione di un uomo, ma operazioni come quella di O’Farrell e Zhao sono sempre più comuni e, sebbene i risultati varino e le intenzioni possano talvolta essere tradite da meccanismi commerciali, segnalano un interesse non solo nella costruzione della nuova prospettiva femminile, ma anche nel recupero di quella ormai persa.
g. c.
















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