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Dal peplo al Delphos: la rivoluzione moderna della classicità

Da sempre abituati a vedere i pepli indossati dalle attrici nei riadattamenti cinematografici dei poemi omerici, si è comunemente diffusa una concezione forse troppo fiabesca dell’abbigliamento classico. Infatti, associare l'abbigliamento dei due poemi — composti oralmente nell'VIII secolo a.C. — a quello diffuso ad Atene in epoca classica (il più noto nell'immaginario collettivo) è storicamente errato, ma offre comunque lo spunto per analizzarne l'evoluzione. Specialmente ora, con l’uscita dell'attesissimo e criticatissimo kolossal di Christopher Nolan, Odissea, riemerge in superficie una linea stilistica morbida, delicata e leggera che dall’antichità accompagna la moda occidentale.


I costumi dell’antica Grecia: il peplo e il chitone

La grazia degli antichi abiti drappeggiati, conosciuti e studiati attraverso reperti archeologici e artistici come bassorilievi, ceramiche e statue, ha sempre rappresentato un modello di riferimento a cui ambire, suscitando un desiderio di imitazione difficilmente appagabile. In realtà, quando si parla dell’abbigliamento o più propriamente del costume dell’antica Grecia, si fa riferimento principalmente a due tipologie di abito: il peplo e il chitone.

Peplo

Il peplo era un abito unicamente femminile di colore bianco, indossato comunemente prima del 500 a.C., del quale esistevano tre varianti: dorico, ionico e attico. Consisteva essenzialmente in un panno rettangolare di lana fissato al fianco da una cintura che formava le tipiche pieghe; era normalmente aperto su un lato (il destro), mentre lo scollo e le aperture delle braccia erano realizzati con le fibule, spille simili a fermagli che univano il davanti e il retro in corrispondenza delle spalle. Indossare il peplo, inoltre, conferiva austerità e un portamento nobile e severo.

Chitone

Il chitone, invece, era una tunica di stoffa leggera chiusa da una cucitura che, a differenza del peplo, non veniva fermata sulle spalle da una fibbia. 

Il chitone dorico era più corto, semplice e senza maniche, costituito da un unico rettangolo di stoffa in lana o lino; per chiuderlo si ricorreva a una cucitura laterale, a fibbie o bottoni, in modo da formare un drappeggio. 

Il chitone ionico, invece, era composto da un pezzo di stoffa in lino o lana molto più lungo, tenuto insieme da cuciture o fermato con piccoli spilli lungo tutto il corpo. In vita, l'eccesso di stoffa era trattenuto dallo zoster, una cintura che determinava un drappeggio da cui potevano originarsi anche due ampie maniche svasate; in epoca successiva fu aggiunta una sottile ed elegante fettuccia posta a vista sotto il seno. Poteva poggiare su entrambe le spalle oppure solo sulla sinistra, lasciando libera la destra.

Bisogna, inoltre, sottolineare che la “moda” femminile nella Grecia classica era il riflesso della società e della cultura del tempo. Di conseguenza, gli abiti delle donne erano carichi di significati sociali, poiché ne indicavano lo stato civile, la classe di appartenenza e il ruolo nella comunità. Accompagnati dai significati estetici che rendono l'abito uno strumento essenziale per esaltare la perfezione del corpo umano.


La riscoperta del gusto classico: il Delphos di Fortuny

Nei secoli successivi, la semplicità del gusto classico cedette il passo a una serie di eccessi. L’apice di questa sfrenatezza fu raggiunto nel XIX secolo, quando la figura femminile venne completamente deformata da complicate strutture di stecche e crinoline che bloccavano le donne all’interno di vere e proprie gabbie di stoffa. Fortunatamente, con l’arrivo del Novecento, queste strutture rigide vennero abbandonate e l'abbigliamento trovò una via più libera.

Auriga di Delfi
Auriga di Delfi

La vera svolta avvenne con la riscoperta moderna del peplo nei primi anni del ventesimo secolo, tra Venezia e Parigi. Qui Mariano Fortuny, pittore e alchimista spagnolo, brevettò nel 1909 il procedimento di plissettatura che diede vita al Delphos: una colonna di seta finissima ispirata all'Auriga di Delfi che si indossava direttamente sulla pelle, senza corsetto. Si trattava di una “semplice” tunica monocroma ispirata alla classicità greca. Questa creazione nacque grazie a una scoperta archeologica risalente al 1896, quando, durante gli scavi nel Santuario di Apollo, fu rinvenuta la celebre statua dell'Auriga di Delfi, rimasta miracolosamente intatta solo perché restò sepolta sotto una frana, scampando alla sorte della maggior parte dei bronzi antichi, andati distrutti perché fusi o corrosi dal tempo. Il chitone che la statua indossa — una lunga veste cinta in vita — le dona un’aura di solidità e, al tempo stesso, un grande senso di movimento grazie alla plissettatura. 

A rimanere affascinata da questa scoperta fu principalmente Henriette Negrin, moglie di Mariano Fortuny e vera mente dietro il Delphos, come dichiarato da lui stesso nel brevetto. Fu lei a riarrangiare e a perfezionare la tunica, ripensandola con materiali eleganti come il raso e il taffetà di seta per farne, all’inizio, un abito composto da quattro pezzi di tessuto, che dal 1919-20 divennero cinque. I teli erano uniti da cuciture verticali nascoste nella plissettatura fino a formare le maniche che, grazie a un cordone interno, erano regolabili al pari della scollatura anteriore e posteriore. La plissettatura verticale, la caratteristica più iconica dell’abito, era inizialmente realizzata a mano piega per piega, poi cucita e pressata. Il Delphos presentava più di 450 pieghe a pannello e, in molti casi, veniva arricchita da un motivo a onda trasversale ottenuto mediante una stiratura a caldo con cilindri di rame o di ceramica, quasi si trattasse di mettere in piega una chioma di capelli.

L’abito, così diverso e innovativo da qualsiasi capo presentato prima, si impose subito tra le élite cosmopolite del tempo. Era un pezzo rivoluzionario e sofisticato in cui il corpo femminile, libero finalmente dalle costrizioni del corsetto, veniva assecondato da pieghe che cadevano morbide, classiche e modernissime allo stesso tempo. Conquistò il cuore di varie icone sovversive dell’epoca tra cui aristocratiche, attrici teatrali e ballerine — come la Marchesa Casati, Isadora Duncan, Eleonora Duse e Sarah Bernhardt — che lo indossarono facendolo proprio, mentre Marcel Proust arrivò persino a menzionarlo nella sua Recherche definendolo “fedele all’antico ma marcatamente originale”. 

Scandaloso e catartico, il Delphos stabilì il principio che tutta la genealogia stilistica successiva avrebbe seguito: il ritorno alla Grecia non è nostalgia, ma emancipazione consapevole, proprio perché l'abito antico non impone al corpo di diventare altro da sé.


Da Vionnet e Grès fino alla contemporaneità

Questo fermento aleggiava persistentemente su Parigi e anche Madeleine Vionnet arrivò alla medesima conclusione studiando i panneggi dei vasi e delle stele. La couturier inventò così il taglio in sbieco, drappeggiando le sue tele su piccoli manichini di legno per creare abiti che, una volta indossati, diventavano leggeri come l’aria. Questa rielaborazione dell'antico giunse a compimento grazie a Madame Grès, che abbatté il confine tra scultura e moda. I suoi abiti in jersey di seta, lavorati a mano piega su piega, erano la trasposizione moderna del peplo nell'alta moda, vere e proprie statue semoventi. Non a caso il suo atelier resistette, identico a se stesso, dagli anni Trenta agli anni Ottanta, attraversando le mode senza mai apparire fuori tempo. Il classico, per definizione, non invecchia.

L’abito classico ha continuato ad affermarsi come modello imprescindibile, diventando il simbolo del glamour degli anni Settanta grazie al jersey fluido di Halston, dell’amore per la Grecia di Versace e delle strutture architettoniche classicheggianti di Gianfranco Ferré negli anni Ottanta. Questo percorso trova la sua massima spettacolarizzazione nella teatrale collezione con cui Alexander McQueen ha debuttato nell’Haute Couture di Givenchy nel 1997, intitolata Search for the Golden Fleece. Ispirandosi al mito di Giasone e degli Argonauti, il designer presentò una serie di abiti bianchi e oro drappeggiati — con quest'ultimo colore a evocare il "vello d'oro" — rielaborando la tradizione classica in una chiave estremamente moderna e provocatoria.



Non è un caso, quindi, che l’uscita della pellicola di Nolan coincida con un rinnovato interesse per quella libertà formale che gli abiti classici hanno saputo incarnare nell'epoca moderna. Questo costante ritorno alle origini dimostra come il classicismo non sia un semplice cimelio da museo, ma una struttura estetica viva, capace di riemergere ogni volta che la moda sente il bisogno di eliminare il superfluo. Dalla civiltà greca a oggi, infatti, il drappeggio ellenico ha mantenuto invariata la sua funzione: liberare le forme del corpo per metterne in risalto l'essenzialità e la linea del corpo.

b.b.

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